Effetto cardiopotettivo dei beta-bloccanti messo in dubbio


Secondo uno studio osservazionale, i beta-bloccanti possono non ridurre il rischio di un secondo infarto miocardico; in alcuni pazienti questi farmaci appaiono aumentare il rischio di eventi coronarici.

Nei pazienti con una storia di infarto del miocardio, l'endpoint primario del tasso composito di morte cardiovascolare, infarto miocardico non fatale, ictus non fatale, non è risultato statisticamente differente tra coloro che assumevano i beta-bloccanti e quelli che non prendevano questi farmaci ( HR=0.90, P=0.14 ).

Risultati simili di nessun beneficio dei beta-bloccanti si sono verificati nei pazienti con malattia coronarica ma senza storia di infarto del miocardio ( HR=0.92; p=0.31 ).
In questi pazienti è stato osservato un rischio più elevato di endpoint secondari, e un aumento del rischio di ospedalizzazione.

Nei pazienti con solo fattori di rischio per la malattia coronarica, i beta-bloccanti hanno conferito un più alto rischio di morte cardiovascolare, infarto miocardico non fatale o ictus non fatale ( HR=1.18, p=0.02 ).
In questo gruppo di pazienti un più alto rischio è stato riscontrato riguardo all’endpoint secondario, che, oltre al composito primario, comprendeva anche l'ospedalizzazione per eventi trombotici o una procedura di rivascolarizzazione.

Secondo gli autori la raccomandazione per l’impiego dei beta-bloccanti è generalmente basata su vecchi studi in cui non erano state utilizzate moderne tecniche di riperfusione o di terapia medica.

Nello studio osservazionale, oltre l'80% dei pazienti trattati con beta-bloccanti avevano anche assunto Acido Acetilsalicilico ( Aspirina ) o statine, e più della metà erano in trattamento con un Ace inibitore.

I risultati dello studio riflettono le linee guida di prevenzione secondaria della American Heart Association / American College of Cardiology ( AHA/ACC ), che danno al trattamento di breve termine con i beta-bloccanti ( fino a 3 anni dopo infarto miocardico ) una raccomandazione di classe I, ma a quello di lungo periodo una raccomandazione di classe IIa.
A lungo termine l'uso dei beta-bloccanti per i pazienti con malattia coronarica o altra malattia vascolare è stato declassato a una raccomandazione di classe IIb.

Nello studio, Bangalore e colleghi hanno analizzato 44.708 pazienti con dati sui beta-bloccanti dal registro REACH ( Reduction of Atherothrombosis for Continued Health ).
Questo registro internazionale aveva arruolato i pazienti nel periodo 2003-2004, con malattia coronarica bene definita, malattia cerebrovascolare o arteriopatia periferica, o pazienti con almeno tre fattori di rischio per malattia coronarica.

A causa delle differenze significative al basale tra i pazienti, i ricercatori hanno sviluppato coorti appaiate per propensity score.

I pazienti sono stati seguiti per un periodo mediano di 44 mesi.

Nel gruppo che aveva avuto un precedente infarto miocardico, i beta-bloccanti non hanno offerto alcun vantaggio per quanto riguarda gli esiti secondari o uno qualsiasi dei risultati terziari di morte per tutte le cause, mortalità cardiovascolare, infarto miocardico, ictus, o ospedalizzazione.

Nel gruppo con soli fattori di rischio per malattia coronarica, i beta-bloccanti non sono risultati associati a un aumentato rischio per i risultati terziari.

Gli autori hanno citato le linee guide dell’European Society of Cardiology, affermando che nessuno studio randomizzato e controllato, ha dimostrato che i beta-bloccanti non sembrano in grado di esercitare un effetto cardioprotettivo nei pazienti con angina stabile. ( Xagena_2012 )

Fonte: JAMA, 2012

Link: CardiologiaOnline.net

Link: MedicinaNews.it

Cardio2012 Neuro2012 Farma2012

XagenaFarmaci_2012